NIagara aveva ragione: condannati i Noe!


commenti Inserito il: 29 gennaio 2013 in | commenti Commenti (0)
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Triplice condanna a Bologna al processo Noe/Niagara. Una storia in cui i “cattivi" stanno dove meno te lo aspetti, dove non dovrebbero stare. 
E potrebbe essere solo l'inizio di una lunga serie di inchieste sui rapporti fra alcuni carabinieri e le aziende che trattano rifiuti. Due marescialli e un imprenditore sono stati riconosciuti colpevoli per la tentata concussione ai danni di un'azienda di Poggio Renatico che tratta rifiuti liquidi industriali. Si tratta di Sergio Amatiello, all'epoca dei fatti, quattro anni fa, comandante del nucleo operativo ecologico emiliano, del suo collega Vito Tufariello e di Marco Varsallona, al tempo dirigente della locale Unione industriali. 
Due anni e due mesi, le pene inflitte per la tentata - l'imprenditore di Niagara, Mauro Carretta, ha subito denunciato il fatto - mentre per Tufariello, accusato anche di rivelazione di segreto d'ufficio, ci sono due mesi di pena supplementari. E' scattata anche l'interdizione dai pubblici uffici ed è stato disposto il pagamento di 120mila euro di provisionale in attesa di un processo civile che stabilirà l'esatto ammontare del danno subìto dall'azienda e dalle parti civili: l'imprenditore e due dirigenti, Davide Gherardi e Fabiana Cosmar.
La sentenza ha stabilito che siano trasmessi al pm gli atti riguardanti un dipendente di Varsallona, accusato di falsa testimonianza, quelli riguardanti Cave Nord, un altro probabile caso di concussione, e tutte le registrazioni delle telefonate contenute nei fascicoli. In quelle chiamate potrebbero esserci altre storie che potrebbero interessare i pm.
Gli imputati, dopo che i due carabinieri s'erano rifiutati di rispondere al controesame delle parti civili, a novembre avevano scelto il rito abbreviato dopo due anni di processo sottraendosi allo sguardo della stampa. In quella sede la pm della Procura di Bologna, Morena Plazzi, aveva chiesto una condanna a cinque anni e sei mesi per Tufariello e a cinque anni per gli altri due (tutte pene che comunque andavano ridotte di un terzo proprio per la scelta dell'abbreviato). I due marescialli sono finiti a processo perché secondo l'accusa si fecero promettere una somma di denaro tra i 20 e i 40 mila euro, per ammorbidire le conclusioni di una informativa diretta alla Procura, dalla società Niagara. Varsallona, collega di Carretta e amico dei due carabinieri, per la Procura, fu l'intermediario con suggerimenti alla vittima di “pagare" i militari perché evitassero di chiedere misure cautelari per i dipendenti dell'azienda. A indicarlo come tale uno dei carabinieri, registrato dalle parti civili durante un incontro sotto i portici bolognesi.
L'inchiesta, inizialmente condotta dalla Procura di Ferrara e poi passata a Bologna (su richiesta dei difensori degli indagati che lamentavano un vizio di competenza), nacque dalla denuncia per estorsione presentata proprio da Mauro Carretta, titolare della ditta Niagara, dopo essere uscito assolutamente pulito da un'inchiesta fittizia montata dai Noe per creare le condizioni della concussione con la minaccia di arresti per quasi tutti i dipendenti di Carretta. 
«Sono state inflitte pene severe, al di sopra della sospensione condizionale. E Ora cominceremo a regolare i conti - sbotta all'uscita del tribunale di Bologna, Fabio Anselmo, legale di parte civile con Alessandra Pisa ed Eugenio Gallerani - Niagara si farà sentire per avere il risarcimento dei danni subìti».
In effetti l'esito del processo di primo grado - tra 90 giorni potremo leggere le motivazioni - è il fallimento della strategia difensiva che, prima ancora di cercare gli sconti del rito abbreviato, aveva tentato di tenere fuori il comandante dei Noe dopo aver constatato l'impossibilità di ribaltare l'accusa ai danni di Carretta, ritenuto istigatore alla corruzione anziché vittima. 
Per Carretta, 70 anni metà dei quali trascorsi a Niagara, è un giorno di liberazione dopo la «strada difficilissima» che ha deciso di intraprendere con i suoi dipendenti e con Anselmo, legale anche degli Aldrovandi e dei Cucchi. A chiedergli perché si sia deciso, risponde sereno: «Non ho mai sopportato le imposizioni». 450 controlli in dieci anni e il certificato penale immacolato gli danno ragione almeno quanto questa sentenza. Ringrazia i carabinieri di Ferrara e tutti i magistrati che si sono interessati di questo caso: «E' la vittoria - dice - di chi crede nella giustizia». 
Per lui, i dipendenti e i familiari sono stati anni difficilissimi: «Per tanto tempo abbiamo vissuto nel terrore di essere arrestati - ricorda Davide Gherardi - ogni notte mi addormentavo con mio figlio credendo che potesse essere l'ultima volta».
Infine, a prova della durezza del processo, la liberazione di blogNiagara, oscurato due volte, su richiesta degli imputati, e per due volte riacceso dal Riesame, l'ultima volta pochi giorni prima della sentenza: non abbiamo abusato della libertà di stampa. Continueremo a raccontare questa storia, difficile come ogni storia che vede imputati in divisa e parti lese senza.

Checchino Antonini


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